,

L’occhio: una porta da e verso il mondo

La visione, processo apparentemente semplice ed immediato, rappresenta in realtà una modalità assai complessa di acquisizione d’informazioni dal mondo circostante. Proviamo per un secondo a fermarci, guardare un punto fisso e riflettere sulla scena che ci si presenta davanti. Se vi chiedessi di rispondere alla domanda cosa vedi? mi direste ad esempio una sedia, un tavolo, e così via.

Eppure sulla nostra retina, e su quella del nostro cane, altro non c’è che un insieme di linee, forme e colori. Questo è ciò che più mi affascina della percezione visiva: noi e i nostri amici a quattro zampe, grazie alla vista, in maniera automatica e inconsapevole, percepiamo oggetti, a cui, senza neanche accorgercene, attribuiamo un significato (e, nel nostro caso, anche un’etichetta linguistica, ossia un nome).

Quali sono le componenti che permettono di trasformare l’energia elettromagnetica – cioè la luce – in informazioni sul mondo?

Innanzitutto c’è l’occhio. L’occhio è la porta da e verso il mondo. L’occhio, infatti, svolge una doppia funzione comunicativa: fa entrare nel nostro sistema visivo informazioni sulla realtà circostante e fornisce al mondo informazioni su di noi.

L’informazione che proviene dall’esterno entra nella pupilla e si dirige verso la retina. La retina è una membrana dell’occhio, che espleta la funzione visiva. Il primo strato della retina è formato da fotorecettori, ossia cellule sensibili alla luce, che trasformano gli stimoli luminosi in segnali elettrici. I fotorecettori, sia nell’uomo che nel cane, sono i coni e i bastoncelli. I coni mediano la visione in condizioni di elevata illuminazione e permettono la visione dei colori e dei dettagli. I bastoncelli mediano la visione in caso di scarsa luce ambientale, ma non permettono la visione di colori né dettagli. Coni e bastoncelli contengono pigmento visivo, una sostanza chimica la cui molecola cambia forma quando viene colpita dalla luce. Il cambiamento di forma libera energia e innesca la generazione di un segnale elettrico. Il pigmento visivo contenuto nei bastoncelli è sensibile alla luce con l di 500 nanometri, corrispondente al colore blu-verde.

Per ciò che concerne i coni invece, c’è una fondamentale differenza tra l’uomo e il cane: i coni, infatti, hanno tre tipi di pigmento visivo per l’uomo e due per il cane. I pigmenti visivi dei coni dell’uomo rispondono massimamente a l di 450 nanometri, (corrispondente al colore blu), di 530 nanometri (corrispondente al colore verde) e di 570 nanometri, (corrispondente al colore rosso). I pigmenti visivi dei coni del cane rispondono massimamente a l che invece corrispondono ai colori blu e giallo.

Spero di non avervi troppo annoiato con tutti questi tecnicismi, ma ho cercato di essere il più esauriente possibile, in modo da mettervi a disposizione elementi precisi per rispondere a chi vi dirà che i cani vedono in bianco e nero. Comunque, per tradurre in pratica quanto detto finora, ecco alcune immagini che spiegano come le differenze nella neurofisiologia dell’occhio umano e canino influenzano la visione diurna:

L’occhio: una porta da e verso il mondo

Finora abbiamo parlato dell’occhio come porta d’ingresso, ma non dimentichiamo che l’occhio funge anche da porta d’uscita. La conformazione anatomica dell’occhio, infatti, permette al nostro interlocutore di capire dove è diretto il nostro sguardo. Ciò è possibile grazie a due elementi: la pupilla – un’apertura di ampiezza variabile, delimitata dall’iride – e la sclera – la parte bianca dell’occhio. Ecco un’altra importante differenza tra il sistema visivo canino e umano: l’uomo ha una quantità di sclera visibile molto maggiore rispetto al cane. Quindi, è molto più semplice capire dove è diretto lo sguardo dell’uomo rispetto a quello del cane.

Quali conseguenze comunicative possono derivare da questa seppur minima differenza? A me ne viene in mente una, che riguarda uno dei segnali calmanti. Sappiamo che i cani, per pacificare i loro conspecifici in determinate situazioni, tendono a ruotare la testa. E’ verosimile che ciò serva per non guardare l’altro diritto negli occhi. Tale gesto, infatti, potrebbe essere colto dall’interlocutore come una sfida o una minaccia. Questo atteggiamento rispecchia esattamente ciò che facciamo noi in situazioni particolari d’interazione con i nostri conspecifici. Provate ad immaginarvi su un vagone della metropolitana con degli sconosciuti. Vi è mai capitato di essere assorti nell’osservare uno tra i vostri compagni di viaggio? Cosa accade quando il suo sguardo incrocia il vostro? Difficilmente continuerete a fissare, indisturbati, il soggetto in questione; probabilmente sentirete l’impellente esigenza di guardare altrove. Ad un osservatore esterno il movimento del cane e il nostro risultano apparentemente diversi: il cane ruota la testa, noi invece teniamo la testa immobile. L’apparente differenza nel comportamento osservabile deriva dal fatto che noi, avendo più sclera, non dobbiamo necessariamente scomodare la testa. Ci sarà sufficiente ordinare ai nostri muscoli oculomotori di far ruotare leggermente l’occhio affinchè lo sconosciuto viaggiatore metropolitano capisca che stiamo guardando altrove.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.