Due mondi a confronto

Così vicini, così diversi

di Angelo Vaira

due mondi a cnfrontoHai per le mani una pietra miliare della letteratura cinofila. Questo libro, così fondamentale per chiunque abbia un cane e definito dal grande Ian Dunbar «il migliore che abbia mai letto», merita senza dubbio la massima attenzione da parte di chiunque ami i cani, che si tratti di un neofita o di un esperto professionista.

Se appartieni a quest’ultima categoria, ne avrai già sentito parlare con il suo titolo originale, The Culture Clash, poiché nell’ambiente cinofilo è celebre.

Eppure, non era mai stato tradotto prima in italiano. Sono felice che sia finalmente disponibile nella mia lingua perché tanti cani potranno beneficiarne. In questi anni, avrei tanto voluto poterne consigliare la lettura alle famiglie che si rivolgevano a me per educare o risolvere i problemi comportamentali del loro amico a quattro zampe!

Due mondi a confronto può essere definito il “manifesto dei metodi gentili” (e non solo, come spiegherò più avanti addentrandomi nell’approccio cognitivo-relazionale), che hanno costituito una vera rivoluzione nell’ambiente cinofilo già a partire dagli anni Ottanta negli Usa e dagli anni Novanta in Italia. Sono nati con la funzione di soppiantare la coercizione nell’educazione del cane: laddove prima lo si obbligava a sedersi col collare a strangolo o lo si strattonava col collare a punte rivolte verso il collo per insegnargli a non tirare, con i metodi gentili si usa il rinforzo positivo e lo si premia per il comportamento desiderato. In altre parole, invece di punire ciò che non ci piace, premiamo ciò che è corretto.

L’autrice non crede nella teoria del capobranco e, oltre a dimostrarne l’infondatezza, invita a utilizzare immediatamente un altro approccio, seguito da esercizi, tecniche e considerazioni che oggi definiremmo innovativi.

«Ci sono poveretti che hanno le idee così confuse da scambiare manifestazioni d’affetto, come saltare addosso per leccare o dare la zampa, per tentativi di dominanza, ritenendoli un’ottima scusa per ricorrere a un addestramento punitivo».

Così ci si sbarazza facilmente di pratiche inutili, ingiuste e ormai obsolete, come passare per primi attraverso le porte per dichiarare la nostra superiorità sociale.

Donaldson mette al primo posto i bisogni del cane: prima di occuparci di modificare i comportamenti indesiderati, cerchiamo di capirne l’origine. Spesso, infatti, nascono dal tentativo di soddisfare un’esigenza di cui dovremmo responsabilmente occuparci. Perciò propone una serie di esercizi, giochi e pratiche volti prima di tutto a rendere i cani felici.

Jean Donaldson si occupa con rigore di aggressività e problemi generati dalla separazione, tutto in un’ottica amorevole, che tiene in alta considerazione la qualità della vita del nostro amico a quattro zampe.

Avvertenze per chi ha già abbracciato l’approccio cognitivo-relazionale

Nell’esercizio della mia professione di educatore e agevolatore della relazione con il cane, ho avuto la fortuna e il grande privilegio di essere testimone, nonché sostenitore, di due cambiamenti epocali nel mondo del training cinofilo: il primo è stato l’avvento dei metodi gentili, il secondo la nascita dell’“approccio cognitivo-relazionale”.

Vorrei riuscire a trasmettere quanto fascino ci sia dietro questa semplice associazione di parole: “cognitivo-relazionale”.

Cognitivo: il cane è dotato di una mente complessa e di una personalità, unica e irripetibile. È in grado di sognare, avere aspettative sul comportamento degli altri, risolvere problemi, fare previsioni e attribuire significati agli eventi. Di qui l’importanza di considerare le sue azioni come una conseguenza di processi interni, sui quali possiamo intervenire.

Relazionale: la mente del cane è relazionale, in altre parole si forma, cresce e cambia sotto la forte influenza delle relazioni sociali di cui l’esemplare fa esperienza nella vita.

Ecco perché è importante riflettere sull’impatto del rapporto che abbiamo con lui sul suo comportamento. In sostanza, possiamo comprendere come ogni intervento diventi più potente se prendiamo in considerazione il nostro cambiamento, prima ancora del suo. L’attenzione nella lettura delle emozioni che prova, la capacità di comprendere i suoi bisogni e soddisfarli e di entrare in empatia con lui per “sentire” come si sente e, possibilmente, dargli la sensazione di essere compreso permettono di instaurare una relazione attraverso cui si può profondamente guarire, evolvere, sviluppare potenziale. Se esaminiamo le cose all’interno di questa più ampia cornice, un intervento che si focalizzi esclusivamente sulla modificazione del comportamento per mezzo di premi e punizioni è da ritenersi superficiale.

Qui l’autrice fa spesso riferimento, per le sue procedure di training, alla sola teoria scientifica dei condizionamenti classico e operante, secondo i quali l’apprendimento del cane (come anche quello umano) è riducibile a un meccanismo che funziona per associazioni stimolo-comportamento e comportamento-rinforzo. Due mondi a confronto mostra qui la sua età, ma vale la pena di ricordare come questa visione abbia rappresentato un passaggio fondamentale: ci ha permesso di capire e provare scientificamente che premiare il cane è un metodo di gran lunga più valido rispetto alla sottomissione. Ci ha permesso di impadronirci di tecniche molto efficaci per affrontare i problemi comportamentali che qui l’autrice illustra egregiamente. Non solo. Ha anche aperto le porte a un approccio compassionevole al training, ci ha consentito di continuare a essere familiari del cane, e non militari alle prese con un subordinato, snaturando completamente, in questo caso, il nostro rapporto con lui.

È sbagliato, quindi, pensare che se usi il premio stai limitando la sua mente a un apprendimento meccanicistico, lineare, appannaggio del vecchio comportamentismo, e riducendo le potenzialità del cane. Chi conosce davvero come apprende sa perfettamente che una ricompensa può essere usata in una visione cognitivo-relazionale e, invece di condizionare, può liberare la mente del nostro amico, fornendo un valido ausilio per migliorare la qualità della sua vita. Gli esemplari educati in questo modo tendono a diventare propositivi, più curiosi, più felici, più sicuri di sé, più rapidi e competenti nell’apprendere.

Ciò che è giusto fare, quindi, è considerare che dietro la procedura del premio si nasconde una mente pensante. Quando impara, il cane non è un soggetto passivo, non resta a guardare mentre si schiacciano pulsanti (comandi) e si attendono risposte (esecuzione), ma ricerca attivamente collegamenti fra i segnali che gli forniamo e le conseguenze che ne derivano. Nutre aspettative, e nel frattempo valuta. Pensa. L’abilità sta nello sfruttare il “modello operante” (come si tende a chiamarlo oggi, per sottolinearne la validità e allo stesso tempo allontanarsi dalla visione riduzionista della mente) per sviluppare intelligenza. Quelle legate al rinforzo positivo non sono procedure da accantonare, ma che acquisiscono nuovo valore e occupano un degno posto fra le più moderne metodologie educative come le classi di socializzazione, le esperienze di apprendimento mediato, i giochi di problem solving ecc.!

Altra riflessione scaturisce dalle considerazioni dell’autrice sull’amoralità del cane, per il quale, afferma, non esiste giusto o sbagliato. In verità, oggi sappiamo, grazie agli studi condotti in etologia cognitiva, che, come numerosi animali, prova invidia e gelosia, un certo senso della morale e della giustizia, ha il senso dell’altruismo e non vuole far soffrire gli altri[1].

Il lettore dovrà, quindi, fare attenzione qua e là nel testo, qualora si trovasse di fronte ad affermazioni che oggi non hanno più validità da un punto di vista scientifico. Ma se avrà la pazienza di farlo, sarà ampiamente ripagato, perché Jean Donaldson riesce sempre a sorprendere. Nonostante l’approccio cognitivo-relazionale sia nato in Italia attorno ai primi anni 2000, già nel 1996, oltreoceano, Donaldson precorreva i tempi. Pur facendo riferimento al modello operante, metteva in luce alcuni aspetti che preludono a una rivoluzione di pensiero.

Più e più volte parla delle capacità di discernimento del cane e di come aiutarlo a operare scelte. Ma discernimento e scelta, come sappiamo, presuppongono un certo grado di cognizione. Più e più volte parla delle emozioni dei nostri amici a quattro zampe e di quanto sia importante conoscere i loro bisogni, mostrando più tecniche, giochi ed esercizi in grado di soddisfarli, prima ancora di occuparsi di modificarne il comportamento. E non è tutto. Propone di rinunciare a classificare il valore di un animale in virtù del suo grado di intelligenza (misurato, peraltro, erroneamente, prendendo come valore di riferimento quella umana). «Ognuno ha l’intelligenza che gli serve» avrebbe detto Margherita Hack: necessità diverse, intelligenze diverse. Citando Jean Donaldson: «la formidabile capacità [dei cani] di stabilire relazioni in un ambiente sociale complesso e il modo in cui provano emozioni e stringono legami sono tutti argomenti di una vastità sconcertante, eppure continuiamo a fissarci sull’intelligenza».

E forte di tali argomentazioni si spinge fino ad abbracciare i campi dell’etica e della filosofia, annunciando l’importanza che due decadi più tardi assumerà, per il mondo dell’educazione canina, il tema dell’antropocentrismo: «L’empatia e la pietà per creature chiaramente diverse da noi sono a tutti gli effetti il prossimo passo nel progresso etico».

Il cane pensa, dunque, ma lo fa in funzione dei suoi peculiari bisogni. E qui ha ragione Donaldson quando dice che «è nostra responsabilità avere un’idea […] dei bisogni primari della specie con cui cerchiamo di convivere». Fra la nostra concezione disneyana del cane e ciò che è davvero, passa una bella differenza, che porta il marchio dell’antropomorfismo (proiettare su di lui le fattezze umane). Siamo abituati a dare valore a ciò che ci assomiglia. E invece, la proposta dell’autrice è che il cane abbia valore in quanto tale, di per sé, e pertanto sia pienamente meritevole di gentilezza, amore e considerazione!

Due mondi a confronto, quindi, finisce per essere non solo un vero manifesto dei metodi gentili, ma anche un valido supporto per chi abbia già abbracciato una visione cognitivo-relazionale del comportamento e dell’educazione del proprio beniamino, a cui non mancherà di regalare grandi soddisfazioni.

Così, oltre ad apprezzare un’opera di grande valore per il mondo cinofilo di tutti i tempi, abbiamo per le mani un volume che metterà a dura prova le nostre conoscenze pregresse, scardinerà schemi di pensiero diffusi e aiuterà a strutturare una quotidianità che fa bene al cane e alla famiglia nella quale è stato accolto con tanto amore!

[1]  Sull’argomento cognizione e moralità negli animali, consiglio le opere di Marc Bekoff e Frans de Waal [N.d.A.].

Due mondi a confronto

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Prezzo € 12,90