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Sindrome da deprivazione sensoriale, un caso di studio – seconda parte

Dopo i passi in avanti fatti da Joy, eravamo finalmente pronti per lavorare anche all’esterno!

Abbiamo lavorato un po’ sulla gestione del guinzaglio in passeggiata e sperimentato il richiamo in situazione di libertà, poi ci siamo dedicati all’autobus!

Un paio di mesi fa un altro educatore aveva utilizzato tecniche di “abituazione” e “flooding”, peggiorando di fatto la situazione. Con “abituazione” si intende presentare al cane la situazione che provoca paura così tante volte che alla fine l’esperienza perde di significato, e il cane si abitua. Nel caso specifico era stato consigliato di portare Joy alla fermata dell’autobus molte volte al giorno. Con “flooding” si intende inevce l’immersione del cane in un ambiente il cui lo stimolo è continuamente presente in modo che ci si possa abituare; in questo caso era stato consigliato di tenere Joy al capolinea degli autobus finchè non si fosse calmata. Il rischio, però, è che si ottenga una sensibilizzazione ancora più acuta e che si inneschino processi di anticipazione ed è quello che è successo a Joy! Inoltre potrebbe venire meno la fiducia nei proprietari.

Ho consigliato a Daniela ed Agostino di tenere Joy lontana dagli autobus in modo che non potesse collezionare altre esperienze negative, prima di iniziare il nostro lavoro di “desensibilizzazione” e “controcondizionamento”. La “desensibilizzazione” consiste nel tenere lo stimolo molto lontano dal cane così che la sua percezione della paura, ad esso legata sia minore e che venga percepito soltanto un disagi,o piuttosto che una vera paura; quando il soggetto si abitua a questa nuova condizione e non prova più disagio si possono via via ridurre le distanze, avvicinando progressivamente lo stimolo.
Nel “controcondizionamento” si presenta, insieme allo stimolo, un rinforzo di alto valore.

Ho deciso di utilizzare queste due tecniche combinate insieme, in modo da renderle più efficaci; il controcondizionamento non può funzionare se il cane è preda di un attacco di panico! E’ necessario quindi iniziare questo tipo di training ad una distanza tale per cui il cane sia leggermente a disagio, non impaurito.

Abbiamo scelto un capolinea di autobus a ridosso di un parco, così da poter iniziare a lavorare molto lontano e in un ambiente in cui Joy potesse rilassarsi. Come rinforzo sono stati utilizzati il gioco e bocconcini molto graditi. Ci siamo messi a grande distanza in modo che si potessero vedere gli autobus e che il rumore fosse molto tenue e lì, nel parco, abbiamo fatto qualche semplice gioco di problem solving. Piano piano abbiamo ridotto le distanze, calibrando la difficoltà del gioco e l’entità del premio in base alla difficoltà percepita da Joy per la situazione ambientale. Ogni tanto il premio consisteva nell’allontanarsi molto dagli autobus e passeggiare nel parco per un po’. Nell’arco di due sedute siamo riusciti ad arrivare sui gradini di accesso di un autobus fermo e a guardare con tranquillità da circa due metri di distanza gli autobus che passavano . Da qui a salire spontaneamente su un mezzo in movimento la strada forse è ancora lunga ma sicuramente le basi per un buon approccio sono state gettate.

Lavorando in questo modo, proponendo attività divertenti alla presenza dell’autobus, si agisce sulle convinzioni del cane. Piano piano Joy si è resa conto che l’autobus non era poi così pericoloso e la sua convinzione che potesse accaderle qualcosa si è ridotta sempre più, fino a metterla in grado di avvicinarsi spontaneamente. Tutto questo non sarebbe stato possibile se prima non avessimo lavorato per aumentare le sue competenze e la sua autostima attraverso il gioco.

Ovviamente interviene anche un’altra componenete, la presenza rassicurante dei suoi proprietari che ormai sono diventati per lei una base sicura, una guida affidabile che mai metterebbe a repentaglio la sua incolumità.

Ci sono ancora molti margini di miglioramento nella vita di Joy, non soltanto nei confronti dell’autobus, ma anche nel suo rapporto con il gatto di casa e nei suoi comportamenti in ufficio.

Quello che conta veramente è che ora Joy si sente bene all’interno della sua famiglia con cui ha stretto un legame molto forte, è capace di interagire con gli estranei e di affrontare le difficoltà che incontra riferendosi ai proprietari.

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Dotto: Una storia da raccontare

Raccontare la storia di Dotto richiederebbe un piccolo libro. Sono stati oltre sei mesi di “lavoro”. Ma quella di Dotto è una storia che va raccontata.
Sono stato contattato dalla sua adottante Daniela a fine Novembre 2011.
Avrebbe dovuto essere adottato mesi prima da un’altra signora e Daniela aveva organizzato la staffetta per portarlo dal sud al nord Italia e lo aveva tenuto in stallo per alcuni giorni. Il giorno successivo la signora scoprì di essere allergica ai cani e Daniela decise quindi di tenerlo con sè ed i suoi tre cani (due femmine ed un maschio). Tutto è filato liscio per un po’ fino a quando Dotto ha iniziato a mostrare comportamenti aggressivi verso alcune persone e verso alcuni cani subito dopo essere stato sterilizzato.
Era già stato visitato da un veterinario che aveva concluso sbrigativamente che il cane era “Dominante ed Aggressivo” e che l’unica soluzione era quella di “darlo via”. Daniela si rifiutò di farlo e cercò l’aiuto di un professionista finendo a frequentare un campo di addestramento. Dopo lunghissime sedute di “Seduto! Terra! Andiamo… STOP!” e collari a strangolo l’addestratore aveva concluso che la soluzione era quella di dare via 2 cani. Dotto nel frattempo era peggiorato vistosamente.
Mi telefonò quindi dicendomi “Se non mi dici che ne devo dare via tre mi piacerebbe conoscerti”.
Tempo di fissare l’appuntamento e di conoscerci e ricevo una nuova telefonata: Dotto si era preso a sangue con il maschio con il quale conviveva. I cani erano stati separati ma uno dei due (quello conciato meglio e no… non era Dotto) era stato portato in una pensione per cani perchè era impossibile riuscire a farli convivere.
La prima richiesta di Daniela non era quindi delle più semplici: riuscire a far convivere di nuovo i due cani sotto lo stesso tetto.
Grazie a tanti consigli e a un’amica educatrice che mi ha aiutato nel lavoro “in campo neutro” i due cani sono riusciti a ritrovare l’equilibrio perduto ma ora iniziava il compito più difficile: mantenere l’armonia in casa e lavorare da zero con Dotto.

Dotto: Una storia da raccontareIn base a quanto visto durante il primo incontro Dotto aveva una vera ossessione per le mani, un solo movimento lo faceva scattare, il tutto unito ad uno stato di vigilanza perenne ed un’altissima reattività. Inoltre il più piccolo degli stimoli era in grado di farlo reagire con abbaio, pelo rizzato e comportamenti di tipo aggressivo con una scarsissima capacità di recupero. Le emozioni sembravano rimanergli incollate. La vista di un essere umano, di un cane, di una bicicletta, di ogni cosa lo portava ad esprimere questi comportamenti anche per 10/15 minuti dopo che lo stimolo era scomparso dalla sua vista. Il suo stato di allerta e preoccupazione non conosceva sosta come mostra questo video registrato a mezzanotte in totale assenza di stimoli quando, dopo oltre 50 minuti, era riuscito a sedersi da solo durante un esercizio per la prima volta:

Non era insomma uno dei “casi” più semplici. Dotto era prigioniero di una montagna di paure. Le sue convinzioni, la sua rappresentazione del mondo erano un insieme infinito di pericoli e cose da “aggredire”. Il tutto complicato da dinamiche di gruppo tra i quattro cani alquanto complesse.
Decidemmo insieme fin da subito per una visita da un vero veterinario comportamentalista. Ci consegnò un lungo report da cui estraggo solo due righe:
“LA RISPOSTA EMOTIVO-AGGRESSIVA DEL CANE SI MANIFESTA ANCHE VERSO UMANI SCONOSCIUTI OD OGNI VOLTA CHE QUALCUNO ENTRA IN CASA CON ABBAIO E PREOCCUPAZIONE INUTILE […] HA SCHEMI PREFISSATI CON COMPORTAMENTI RITUALIZZATI […] IL PROBLEMA E’ CHE DOTTO MANIFESTA UNA FORMA DI AGGRESSIVITA’ PATOLOGICA, DEFINIBILE COME SOCIOPATIA (SU BASE CONFLITTUALE)”.
C’era una montagna di lavoro da fare e sebbene io ripetessi a Daniela che avrebbe dovuto rivolgersi ad uno più bravo di me le sue due risposte erano sempre le stesse: “Io mi fido di te” e “Io non ho nessuna intenzione di abbandonare Dotto”.

In ThinkDog non lavoriamo mai solo sul comportamento. Ancora meglio non lavoriamo mai sulla sua risultante, su quello che si vede. Su cosa fa il cane dove. Siamo convinti che quello che si vede sia la risultante di qualcosa di molto più importante e su quello lavoriamo: sulle competenze del cane, sulle sue convinzioni, i suoi bisogni, le sue emozioni e la capacità di controllarle, sulle sue rappresentazioni del mondo. Su un milione di cose ma non sulla loro risultante. E’ lavorando su questo che si può arrivare al punto in cui il “comportamento” espresso non è più quello di prima.

Dotto: Una storia da raccontareRaccontarvi cosa è stato fatto in sei mesi di incontri sarebbe impossibile anche se sarebbe interessante e alle volte divertente. Ora ricordo con un sorriso le notti al freddo, gli incontri in cui ogni istante Dotto partiva e bisognava essere in due per tenerlo. Il giorno in cui mentre stavamo lavorando sulla calma arrivò un missile terra-terra a forma di Pinscher libero dal guinzaglio dritto verso Dotto che l’avrebbe sbranato volentieri e molti altri episodi che legano questo percorso di educazione a momenti difficili ma anche a momenti in cui io e Daniela abbiamo riso. E molto. Posso dire però che abbiamo fatto in modo che Dotto fosse più competente, che avesse una maggiore capacità di autocontrollo (cosa ben diversa dal controllo esterno), che avesse una maggiore facilità nell’acquisire stati di calma, che si sentisse sempre più capace e competente, che il suo auto-accreditamento lo portasse a considerarsi un cane capace di risolvere le cose usando la testa, che il suo stato emozionale non fosse “da zero a 100 in mezzo secondo”, che non c’era nessun bisogno di avere paura, che esisteva un’alternativa. Su molte cose insomma. Tutte all’interno di Dotto.

Quello che infatti conta e che voglio raccontarvi è che Dotto ha fatto tutto questo percorso senza uno strattore, senza collari a strangolo, senza la minima imposizione e senza un comando che fosse uno. Dotto non era un cane che passava il tempo a capire come dominare il mondo. Aveva solo paura.
Ad oggi Dotto non sa fare “seduto” o “terra”. Si siede e si mette a terra come tutti i cani del mondo ma non sa farlo “a comando”. Non sa rispondere a comando.

I comandi non permettono al cane di pensare. Abbiamo questa ossessione di comandare il cane in ogni secondo “Seduto! Sedutooo” Terra!” e non gli diamo mai il tempo di pensare, di fare esperienza, di crescere, di essere sè stesso ed evolvere. Io non ho fatto un solo minuto di lezione con Daniela per insegnare queste cose. Da questo punto di vista per molte persone che abitano la cinofilia è un cane che “non sa fare nulla”.
Ha però imparato con il tempo a comportarsi da solo in ogni situazione. E’ decisamente più competente di molti cani, compresi molti tra quelli che eseguono alla perfezione 200 comandi ed oggi è un cane che sa stare sereno libero in mezzo a cani e persone.

 

Credo sia impossibile descrivere l’emozione dell’averlo visto crescere, abbandonando le paure e acquisendo la capacità di essere felice.

 

Voglio ringraziarti Dotto. Sei un cane fantastico che mi ha insegnato tantissimo e dimenticarti sarà semplicemente impossibile.
Ancora di più ringraziare Daniela. Senza la sua determinazione e costanza non avremmo mosso un solo passo. E’ lei l’artefice di questo miracolo. Lavorare sulle capacità di calma di Dotto tutte le notti in un parco a -18° non è così semplice come a dirlo. Il suo è un esempio da portare a chi dice “le ho provate tutte”.
Grazie in particolare ad Angelo che è stato informato per tutto il percorso sin dall’inizio, con il quale mi sono confrontato e che mi ha autorizzato a seguirlo. Grazie ancora a lui per avermi fatto intraprendere un percorso di conoscenza che mi ha permesso di vivere queste gioie. Grazie a Luca Niero che ha incontrato Dotto dandogli tantissimo in un solo incontro (grazie davvero Luca, quel giorno è stato fondamentale) e che ci ha dato preziosissimi consigli. Grazie a quelli che si sono prestati a fare le “comparse” quando abbiamo lavorato sui cambi di associazione. Anche a quelli che ancora oggi non sanno di essere stati comparse :)
A Luna e alla sua visione del mondo che mi ha aiutato a fargli capire che i cani non sono nemici. E grazie a voi per essere arrivati fino a qui a leggere.
Esiste sempre un’alternativa all’imposizione e un’alternativa all’abbandono. Non dimenticatelo ;)
Buona Vita!

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Sindrome da deprivazione sensoriale, un caso di studio – prima parte

Ho voluto descrivere questo caso perchè sono certa che molti proprietari si riconosceranno in queste vicende, e potranno trovare utili suggerimenti su come muoversi in situazioni simili.

Per questo ho pensato che fosse opportuno raccontare la storia da tre diversi punti di vista:

  1. quello dei proprietari, in un’intervista in cui raccontano tutti i dettagli
  2. quello del veterinario comportamentalista, che descrive il caso dal punto di vista della terapia farmacologico-feromonale e comportamentale
  3. quello dell’educatore cinofilo, io in questo caso, che ha aiutato i proprietari a mettere in atto la terapia comportamentale e il cane a sviluppare il suo potenziale.

Daniela e Agostino mi hanno contattato su consiglio del dott. Daniele Merlano, il veterinario comportamentalista che ha in cura Joy.
Joy è una trovatella di circa 1 anno e vive con loro da quando, all’età di circa 2-3 mesi, l’hanno prelevata dal canile dove era arrivata insieme ai suoi fratelli.

Quando si sono rivolti a me, la cagnolina era con loro già da 4-5 mesi e avevano sperimentato altre modalità di educazione, senza ottenere i risultati sperati.

I proprietari lamentavano soprattutto l’impossibilità di stabilire con lei una relazione, non riuscivano a toccarla né a giocare con lei, Joy si rifugiava sotto al divano e si rifiutava di uscire; inoltre era terrorizzata da tutti i rumori, specialmente da quelli della macchina e dell’autobus.

Il dott. Merlano aveva fatto una diagnosi di sindrome da deprivazione sensoriale al secondo stadio, con ansia intermittente e prescritto una terapia farmacologica a base di seligilina e una terapia comportamentale basata sul gioco.

Daniela e Agostino non avevano bisogno di un classico programma per l’educazione di base, erano già molto informati e sotto alcuni aspetti si muovevano molto bene.

Abbiamo iniziato il nostro percorso con esercizi di comunicazione corporea in modo che Daniela e Agostino imparassero ad utilizzare meglio il linguaggio gestuale, a utilizzare i bocconcini come premio piuttosto che come stimolo, a premiare il cane con la distanza, posizionandosi lateralmente piuttosto che di fronte, e abbassandosi per interagire con lei. Per questo sono stati utilizzati giochi semplici, come il luring e il seduto, e qualche esercizio di autocontrollo perchè Joy potesse imparare a gestire meglio il suo stato emotivo.

Subito dopo ho proposto percorsi “esperienziali”, cioè l’utilizzo di materiali diversi su cui camminare e di oggetti nuovi da esplorare affinchè Joy facesse esperienze positive con oggetti sconosciuti e si sentisse capace di affrontare piccole difficoltà, sempre guidata dai proprietari.

Al terzo incontro eravamo già ad una svolta: i giochi di fiuto e di problem solving hanno cambiato la vita di Joy e dei suoi proprietari che, giorno dopo giorno, stavano acquisendo maggiore credito agli occhi del cane.

 

Sono stati utilizzati giochi diversi in modo da poter sviluppare varie competenze del cane:

  1. ginnastica del cane sul corpo dei proprietari (Human Body Gym) – questo aiuta il cane a prendere confidenza con le persone in maniera divertente, in questo modo Joy era libera di interagire con il corpo di Daniela e Agostino che facevano da attrezzi. Anche in questo caso una difficoltà crescente l’ha resa sempre più sicura e fiduciosa nel contatto. Con questo tipo di gioco abbiamo allenato soprattutto la capacità di cooperazione e socializzazione.
  2. giochi di fiuto – allenano la capacità di perlustrare, mettono in moto i circuiti neurali preposti alla calma e diminuiscono lo stress generale del soggetto. Il cane di solito riesce bene e questo accresce notevolmente la sua autostima, inoltre impara a concentrarsi su un compito. I giochi di fiuto intervengono sulle capacità di attenzione, concentrazione, autocontrollo, cooperazione, affidabilità
  3. giochi di attivazione mentale – che siano giochi costruiti appositamente per cani o che siano costruiti con materiali reperibili in casa, aiutano il cane ad esprimere al meglio molte capacità cognitive e sociali. Nel caso di Joy la più importante era quella di imparare ad imparare, per questo tutti i giochi dovevano essere proposti con gradualità, perchè sulla base delle cose note e che non facevano paura si potevano allargare le conoscenze e le competenze, cioè si poteva ampliare il suo piano prossimale di apprendimento. Con i giochi di attivazione mentale abbiamo allenato anche molte altre capacità, ad esempio attenzione e concentrazione, memoria, autocontrollo, saper raccogliere informazioni, cooperazione, empatia.

L’utilizzo del gioco ha reso Joy più sicura di sé, più fiduciosa, in generale più competente e capace di affrontare situazioni nuove. Di riflesso Daniela e Agostino sono diventati le guide esperte in grado di proporre attività adatte alle sue capacità e Joy ha iniziato ad affidarsi sempre più a loro.

Ora eravamo pronti per lavorare anche all’esterno!

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Era davvero necessario che Cesar Millan “impiccasse” l’Husky? – di Marc Bekoff

Ricevo e inoltro da Marc Bekoff…

“Impiccare” un cane con guinzaglio a strangolo per disciplinarlo è maltrattamento animale

Pubblicato il 21 Aprile 2012 da Marc Bekoff, Ph.D. in Animal Emotions

Traduzione a cura di Francesca Grazi e Francesca Parisi

Dato il lavoro che svolgo, ricevo costantemente email che riportano informazioni sempre aggiornate sulla sfera cognitiva ed emozionale degli animali, oltre che sul loro maltrattamento.
Di solito ricevo racconti o video di maltrattamenti avvenuti nei laboratori di ricerca, negli zoo, nei circhi, durante i rodei e negli allevamenti intensivi, ma di tanto in tanto qualcuno mi fa domande che riguardano l’educazione cinofila.
L’anno scorso ho ricevuto un video che mostrava Cesar Millan (il cosiddetto “dog whisperer”) mentre impiccava* un Husky “maleducato” di nome Shadow. Questo modo di trattare un essere senziente mi ha disgustato e, come ho scoperto di lì a poco, quella presunta sessione di “addestramento” aveva fatto inorridire molti altri.
(Per approfondimenti in merito si veda “Pack of Lies” di Mark Derr.)

 

Quando parlo con i dog trainer e faccio riferimento a questo video la maggior parte di loro concorda sul fatto che mettere un cappio intorno al collo di un cane, strattonarlo fino a sollevarlo da terra e tenerlo appeso a mezz’aria sia un’inutile crudeltà ed una violenza gratuita… e che sarebbero a dir poco sconvolti se qualcuno facesse ciò al loro cane. E anch’io la vedo così.
Ultimamente, tuttavia, ho sentito alcune persone affermare che è corretto “impiccare” un cane se questo necessita di disciplina. Quando mi trovo a confrontarmi con questi individui chiedo loro se tratterebbero così un bambino o un altro essere umano e la loro risposta è un categorico “No, certo che no!”. Bene, e quindi perché permettere che un simile trattamento sia riservato ad un cane? È anche utile domandare se, prima di far questo al proprio amico a quattro zampe o ad un qualsiasi altro cane –o di permettere ad altri di farlo– lascerebbero che qualcuno lo mettesse in pratica su di loro. Se la risposta è no, perché no?
Ecco cosa mi ha scritto un esperto cinofilo in merito allo strangolamento di Shadow:
<< In primo luogo, pare proprio che Millan provochi e prolunghi gli attacchi allo scopo di
strangolare il cane fino a comprimere l’arteria carotide. In secondo luogo, quando lo immobilizza con la mano sembra decisamente fare egli stesso pressione sulla carotide. Se tali osservazioni sono corrette, non c’è da stupirsi che il cane sia sottomesso. Inizio a pensare che anche il suo “speciale” pizzicotto sia diretto alla carotide >>. Se avete il coraggio di guardare il video, vi renderete conto che Shadow non viene “semplicemente” sollevato da terra.
Sicuramente Shadow è stato messo al suo posto ed il livello del trauma subìto è tale da
permetterci di affermare che questo episodio avrà quasi certamente effetti a lungo termine, così come accade ogni volta che un individuo subisce un maltrattamento – intenzionale (come in questo caso) o involontario che sia. Ormai sappiamo che i cani (ed altri animali) che sono stati traumatizzati, nel lungo periodo soffrono di depressione e Disturbo Post Traumatico da Stress, per cui le tecniche di addestramento che causano traumi dovrebbero essere vietate oltre che fermamente contrastate.
Riporto il caso di Shadow per sottolineare come sia necessario stabilire un limite oltre il quale una determinata condotta, pur mirata ad insegnare ai cani a comportarsi correttamente, è da ritenersi inammissibile. Impiccare un cane, o un altro animale, va ben oltre ciò che personalmente ritengo accettabile e se vedessi qualcuno fare una cosa del genere chiamerei immediatamente la polizia.
E immagino che la stragrande maggioranza delle persone farebbe altrettanto.
Bisognerebbe capire perché alcuni pensano che sia giusto trattare così un cane e sarebbe utile parlare con queste persone di come sia possibile utilizzare tecniche non violente anziché ricorrere a metodi basati su dolore e intimidazione. Molti dei professionisti che lavorano con gli animali, sia domestici che selvatici, usano e continuano a sviluppare tecniche di addestramento basate sul rinforzo positivo (si veda anche) e tutti coloro che lavorano con i nostri migliori amici dovrebbero seguire questa via. L’addestramento deve tenere in considerazione il fatto che un individuo è in grado di soffrire e provare dolore, anche profondo e persistente.
Come sottolinea Mark Derr: << Trattando adeguatamente aggressività, fobie, ansia e paure fin dall’inizio si possono letteralmente risparmiare tempo e denaro. La soluzione sbrigativa di Millan può andar bene per la televisione e magari in alcuni casi può persino produrre risultati durevoli.
Ma è in netto contrasto con quanto gli esperti di comportamento animale – etologi e veterinari qualificati – hanno appreso [dopo anni di studio ed esperienza] in merito a comportamenti normali ed anomalie comportamentali nei cani. >>
Tutti quegli approcci educativi (solitamente caratterizzati da “soluzioni-tappabuchi” e rimedilampo) che si basano sull’intimidazione e su varie forme di maltrattamento psico-fisico devono essere eliminati dai protocolli di educazione; e per esprimere il nostro dissenso e contestare questi metodi dobbiamo far sentire la nostra voce, ricorrendo ad esternazioni ben più incisive dei semplici bisbigli a porte chiuse.
La saga di Shadow, la sua tristissima storia, ci obbliga a riflettere su chi siamo noi, chi sono loro (gli altri animali) e come dobbiamo trattarli.
I cani si aspettano che li trattiamo con rispetto e dignità e quando sembrano sfidarci e mettono alla prova la nostra pazienza non ci dobbiamo mai dimenticare che sono animali senzienti che dipendono completamente dalla nostra buona volontà. Maltrattarli intenzionalmente e condannarli ad una vita di paura è uno sporco doppio gioco. Significa tradire la loro totale fiducia nella nostra capacità di agire per il loro bene e nel loro interesse. E naturalmente svilisce la nostra stessa dignità.
Il cuore dei nostri compagni animali è fragile, proprio come il nostro: è per questo che dobbiamo essere gentili con loro. Ringraziamoli apertamente e benevolmente per quello che sono e per il loro amore senza filtri e facciamo nostre le lezioni che ci danno sulla passione, la compassione, l’empatia, la devozione, il rispetto, la spiritualità e l’amore: solo così non avremo mai rimpianti né rimorsi ed il nostro cammino sarà pieno di pura gioia nel momento in cui sgombreremo la strada per far posto ad una più completa concezione del rapporto con i nostri compagni cani e con tutti gli altri esseri viventi, fatta di relazioni profonde ed equilibrate basate sulla fiducia. Elliot Katz, fondatore di “In Defence of Animals” [in difesa degli animali], suggerisce di abbandonare il termine “addestramento” e di iniziare ad usare la parola “insegnamento”. Sempre più spesso “addestramento” finisce per diventare sinonimo di “rottura”. E addestrare non dovrebbe significare spezzare il cuore ad esseri così sensibili.

 

* impiccare = qui: tenere appeso qualcuno per mezzo di un guinzaglio ‘a strangolo’ [N.d.T.]

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Vorrei essere un cane (ma non uno qualunque!)

Vorrei essere un cane (ma non uno qualunque!)Periodi di stress, sempre di corsa, poco tempo per fare le mille e più cose, liste dei programmi futuri che si allungano senza tregua…

Ultimamente la nostra vita è così e, quasi quasi, ora dico: “Per fortuna!”, perché solo grazie a questo periodaccio che sta andando ad esaurirsi, sempre più spesso mi sono fermata, stremata, e ho guardato l’essere vivente con cui trascorro il 90% del mio tempo: il mio cane.

Lui, pacifico, scandisce le mie giornate, assorbe i nervosismi, mi chiede di distrarmi, mi accoglie sempre con un sorriso, sempre con una gran voglia di fare-uscire-correre-giocare-BASTA CHE SI STIA BENE INSIEME!

Il suo linguaggio è semplice, la sua mentalità non fa una piega, i suoi bisogni sono essenziali. Uscire, pipì, giocare-giocare-giocare, bere, mangiare, dormire… e si ricomincia!

Sempre pieno di entusiasmo, anche se 5 giorni su 7 viene con me in ufficio, come se pensasse: “Chissà cosa succederà oggi di super speciale!!! Sarà qualche coccola in più? Sarà la panna montata mentre tu prendi il caffè? Sarà l’ultimo cumulo di neve su cui rotolarsi? Sarà…???“.
In fondo non gli importa cosa sarà, è l’aspettativa, la gioia di vivere, il seguire i bisogni fondamentali, l’ascoltare quello che hai dentro… e poi quel che sarà, sarà! Tanto saremo insieme!

Brontolo perché fa freddo e lo devo portare fuori, lui intanto saltella gioioso… aspetta impaziente che io mi metta i 5 strati di vestiti (così forse riesco a stare fuori un po’ di più prima di congelarmi), facendo l’indifferente e mettendosi a cuccia… mi strappa sempre un sorriso, ma come farà!?

Se tardo alla scrivania all’ora di pranzo, inizia a fissarmi da qualche metro di distanza, lecca la pettorina: “Senti ma… sarebbe ora di uscire…” – e io che devo finire di fare un lavoro… “Vabbè, aspetterò ancora 5 minuti…”. Ma non si arrabbia mai! Non si scoccia mai!

Quando arriva l’ora delle pulizie con la salvietta, inizia a muoversi come un robot: “Se-proprio-devi-allora- vengo-…sicura?” perché poi, lo sa, che c’è la spazzolata che gli piace, oppure si va sul divano tutti insieme, o a nanna… ma CHE GIOIA!!!

Non so se chi non ha la fortuna di dividere le proprie giornate con un animale può capire…cosa voglia dire girarsi, incrociare e guardare altri due occhi che sono sempre lì, a cercarti e… sorridere, col cuore…

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Lezioni di vita al buio

Lezioni di vita al buioLilla è cieca da tre mesi.
Per un cane di un anno e mezzo è molto strano. Tutto è iniziato con una gastroenterite, ma non si sa se la sua cecità sia legata a questo o no. Fatto è che, dalla settimana di Natale, la nostra vita è stata un vai e vieni continuo tra veterinario, cliniche, e specialisti… Lilla è stata sottoposta a prelievi del sangue, visite neurologiche, risonanza magnetica, visite oculistiche…

L’ultima ci ha tolto ogni speranza con la medicina tradizionale. La diagnosi è “atrofia retinica”, per cui ora tenteremo con la medicina alternativa.
Ciò di cui voglio parlare però, è la straordinaria capacità di Lilla adeguarsi alla situazione. La mescolanza di un buon carattere (Lilla è amica di tutti, gioiosa e serena) e di buone capacità cognitive, come la flessibilità mentale, la rappresentazione di una mappa ambientale nella sua mente (anche memorizzando le variabili che possono presentarsi di volta in volta), le permette di muoversi in maniera sorprendentemente fluida e sicura, al punto che a tratti mi chiedo se veda!

Nel mio salotto, questa mattina ho messo una copertina vicino al tavolo, poi ho spostato una sedia e di fianco avevo la cassa con la legna per la stufa.
Lei ha girato un attimo per la sala, annusando ed ha esplorato l’ambiente, poi siamo usciti. Poco fa le ho dato una pelle di bufalo da rosicchiare, lei l’ha presa in bocca ed é andata con sicurezza sulla copertina, schivando sedia, cassetta della legna e infilandosi tra queste e il tavolo, esattamente come se vedesse.

video di Lilla che cerca i gradini

Lezioni di vita al buioVive una vita assolutamente normale: gioca con i fratelli, tiene sotto controllo i gatti, si muove in un mondo di fiuto, chiede le coccole, corre e mangia volentieri. Quando siamo in cortile, lei gira tranquillamente e sa benissimo dove sono il muretto, la ciotola dell’acqua… E la cosa spettacolare è che sa dove sono i gradini, tanto che poco prima inizia ad alzare le zampe.

Ok, è vero, a volte pesta delle nasate tremende, ma anche in questi casi, non si scoraggia, semplicemente si sposta e prosegue il suo percorso. Mai una volta l’ho vista cadere e lamentarsi, andare a sbattere e rinunciare, e spesso mi capita di pensare a quale trauma è per qualsiasi essere umano la perdita della vista, o quanto ci arrabbiamo in quei giorni “no” dove ci capita di farci male in continuazione (battendo il mignolino del piede contro l’angolo del letto, infilandoci una scheggia in un dito, prendendo una storta, tagliandoci con un foglio di carta…).
Poi torno a guardare Lilla, le sorrido con il cuore pieno di gratitudine… lei non mi vede, eppure si avvicina per leccarmi la faccia…

É una costante e commovente lezione di vita.

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La vita con un cane disabile: spunti pratici

La vita con un cane disabile: spunti praticiDa un giorno all’altro Kim, la mia compagna di vita, era paralizzata. Tredici anni vissuti dinamicamente e intensamente sempre insieme.
Mi sentivo impreparata a vivere un’esperienza del genere e, in alcuni momenti mi sono sentita persa, non sapevo bene cosa mi aspettasse. Sarei stata in grado di aiutare adeguatamente Kim? Avevo tanto da imparare.

La determinazione e la grande motivazione a collaborare sono i punti di forza di Kim che hanno reso la mia parte, in questa nostra storia, più semplice.

Un cane disabile è un cane. Cosa è  importante per il benessere di un cane?

La soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali.

Sono partita da qui. Ho iniziato ristabilendo prima possibile le nostre abitudini quotidiane, adeguandole al meglio alle nuove esigenze. La routine dà certezza sulle aspettative e contribuisce a soddisfare il bisogno di sicurezza, uno dei più importanti in questa situazione.

Nel pianificare il da farsi mi sono concentrata prima di tutto su questi aspetti :

1.  AMBIENTE

Quando arriva in famiglia un bambino o un cucciolo si rielabora l’ambiente a sua misura. Bene, facciamo lo stesso. Le piastrelle di casa sono solitamente lisce e il cane scivola, sentendosi inadeguato. Aiutiamolo utilizzando superfici di vario genere. Per Kim erano più adatte le superfici porose, così ho tappezzato casa di quei tappetini di gomma che si incastrano uno con l’altro ( si trovano nei negozi di materiale sportivo o anche al supermercato). Anche i tappeti di tessuto, grandi e robusti dotati di antiscivolo, sono ottimi. Non vanno bene invece tappetini ( tipo quelli da bagno per intenderci ) di piccole dimensioni che si muovono quando ci si passa sopra. Permettere al cane di muoversi su superfici differenti stimola anche la propriocettività. A tale scopo si possono sfruttare superfici diverse anche in passeggiata : erba bassa, ghiaia e sabbia ad esempio stimolano, in modo differente, la sensibilità dei polpastrelli e favoriscono anche la capacità di riacquistare equilibrio. Per il riposo meglio una cuccia morbida, cuscini o copertine, mentre i bordi alti delle cucce rigide ostacolano il passaggio del cane.

2.  STRUMENTI

Ho usato un tutore elastico ( una fascia con due maniglie ai lati ) posizionato sotto l’addome, più pratico per gli spostamenti in casa, e un tutore più “professionale”, a sostegno di tutto il posteriore, più impegnativo da indossare ma certamente più idoneo per la passeggiata assieme ad una pettorina ad H. Vantaggi: il cane conserva la stazione e può muoversi sulle quattro zampe, anche se non autonomamente, ma in modo più naturale. Può abbassare la testa per annusare, può comunicare più agevolmente con il corpo e in definitiva sentirsi più rilassato. La postura è più corretta e si evitano ulteriori danni alla colonna vertebrale. Si impara con la pratica a sostenere il cane in maniera corretta e a bilanciarne adeguatamente il peso. E’ d’aiuto immaginarlo come se stesse camminando da solo. Una questione di equilibri che riguarda entrambi, come fossimo una cosa sola. Uno svantaggio: limita la possibilità di usare distanze e comunicazione non verbale.

I primi giorni Kim da sola non poteva alzarsi dalla sua copertina, le portavo lì la ciotola per il pasto. Era infastidita a tal punto da non mangiare e con lo sguardo indicava il luogo dove era solita consumare il pasto. Con il tutore ha ripreso a bere e mangiare nel luogo e nel modo consueto, credo si sia sentita dinuovo ”capace”, con grande giovamento del suo stato emotivo. Gradualmente, assecondando i suoi miglioramenti, ho ridotto l’utilizzo dei tutori per favorire il recupero fisico.

La vita con un cane disabile: spunti pratici

Le scarpette sono fondamentali per proteggere i piedi che strisciano a terra dalle lesioni da sfregamento. Non esistono in commercio scarpe studiate appositamente con questa funzione, almeno io non ne ho trovate. Le scarpette di Kim le ho confezionate grazie all’idea geniale di Stefania Caelli, che ringrazio infinitamente. Coprono il dorso del piede e lasciano liberi i polpastrelli per stimolare la propriocezione e favorire il recupero di sensibilità e consapevolezza della parte. E grazie a questa esperienza ho imparato anche a cimentarmi con il cucito! Quando Kim ha ripreso a fare piccoli passetti ho preferito calzetti antiscivolo per bambini, perché ostacolavano meno i movimenti dei piedi.

Un carrellino, se ben progettato, è utile per dare maggiore libertà d’azione, indipendenza e momenti di rilassamento ( muoversi senza richiedere molto sforzo fisico e mentale ). A mio avviso, se usato sempre riduce le possibilità di recupero. Noi non lo abbiamo usato, fortunatamente il recupero è stato rapido.

3.  GIOCO E ATTIVITA’

Autoaccreditamento, sviluppo di abilità motorie, tanto divertimento ed emozioni che creano atmosfere. Questo il focus del resto del “lavoro”. Il potere del gioco!! Un argomento tanto importante da meritare un articolo a parte.

Questi sono i primi accorgimenti che sono stati utilissimi a me e a Kim, preciso che ogni cane è un individuo a sé, così come ogni situazione ed ogni esperienza. Ma se anche una soltanto delle cose che abbiamo fatto noi può essere d’aiuto a qualcun altro, e spero sia così, il mio articolo ha già raggiunto il suo obiettivo.