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Come si misura la qualità della relazione col cane?

Dal Blog di Angelo Vaira


Redazione ThinkDog - 18 Gennaio 2024


Ormai la parola relazione è sulla bocca di tutti i cinofili. Si fa un gran parlare di qualità del rapporto col cane, ma come fai a capire che sei sulla strada giusta e che la vostra relazione è davvero buona?

A questa domanda di solito vengono dati due tipi di risposta.

La prima rimane incastrata sul piano teorico. Ovvero dopo una prima analisi di quello che la relazione dovrebbe essere secondo i canoni della zooantropologia (congrua, consapevole, ecc.), riesce difficile definire dei criteri espressi su base sensoriale*, che consentano di capire esattamente in quale stato sia la relazione in un particolare momento storico. L’argomento è affascinante e dedicherò certamente ad esso una sede opportuna in futuro su questo blog. Al momento è materia ampiamente discussa nei corsi ThinkDog.

La seconda risposta è quella su cui voglio soffermarmi. Riguarda l’obbedienza, ovvero la convinzione che più il cane obbedisce agli “ordini” del suo conduttore più vuol dire che la relazione è buona. Ma è davvero così?

Pensa ad esempio ai cani che frequentano le competizioni cinofile. Rispondono in modo impeccabile, prontamente, a volte eseguendo prove che lasciano a bocca aperta.

Eppure molti di quei cani sono stressati come nessun altro. Vivono per quasi tutto il giorno in un box o in un kennel e spesso l’unica interazione sociale che hanno è col loro conduttore durante l’addestramento o, se dice bene, con gli altri cani “colleghi” sul campo. E attenzione, stiamo parlando di metodi gentili (ecco perché sono stati fortunatamente superati).

A volte vivono le frustrazioni dei loro conduttori, che quando perdono una gara si innervosiscono al punto da prendersela col cane, sbattendolo in malo modo nel trasportino o dandogli delle strattonate per “far capire chi comanda”.

Rimangono cani obbedienti. Molto obbedienti. Ma riesci a farti un’idea di come sia la loro vita? Riesci a capire che tipo di relazione vivono con il loro padrone?

Giorno dopo giorno, da quando sono cuccioli li si sottopone alle pratiche di “condizionamento” tracciando dei solchi-confine nella loro mente che impedisce loro di scorgere nuove strade. Diventano rigidi i loro schemi, le loro reazioni emotive sembrano esagerate e si cerca di eliminarle con ulteriori catene di stimolo-risposta-rinforzo.

È un labirinto piccolo e buio dal quale non riescono ad uscire. Non c’è nessuno che tenda loro una mano e li aiuti a tirarsi fuori da lì.

Nell’adottare un cane la cosa più bella che possa accadere è attraversare la soglia che separa i nostri mondi per osservarli meravigliati reciprocamente. Lo scopo non è avere un cane obbediente, sebbene questo possa accadere spontaneamente, ma vivere la relazione in tutte le sue variopinte dimensioni.

Lo scopo di un educatore, invece, dev’essere quello di donare libertà e non di creare inferni.

*Qualsiasi risultato si desideri realizzare è necessario definire dei criteri che permettano di riconoscere il risultato quando viene ottenuto. Tali criteri sono correttamente strutturati solo se possono essere definiti su base sensoriale.

Si veda Robert Dilts, Leadership e Visione Creativa, Guerini e Associati, Milano, 2001.