Mi chiamo Benedetta, e sono volontaria in canile da qualche mese. Ci ho sempre pensato, due anni fa a fermarmi fu un infortunio, ma prima?
Prima è stata la paura.
La paura di entrare in un mondo in cui le emozioni sono così grandi da sembrare difficili da sostenere. La paura di affezionarmi, di soffrire, di sentirmi impotente davanti a ciò che non posso cambiare. Poi, finalmente, ho iniziato.
E ho capito che il volontariato in canile è molto più di quello che immaginavo. Non significa soltanto accarezzare un cane o trascorrere un po’ di tempo con lui. Significa imparare a prendersene cura, anche attraverso gesti che possono sembrare piccoli, ma che per lui fanno la differenza.
La cura comincia dalle cose più semplici.
La pulizia.
Per ogni cane, il box è casa. È il luogo in cui trascorre gran parte delle sue giornate, e mantenerlo pulito è una forma fondamentale di rispetto. Significa occuparsi del suo spazio, della ciotola da cui beve, di quella da cui mangia. Perché prendersi cura di qualcuno non significa soltanto offrirgli affetto, ma anche garantirgli ciò di cui ha bisogno ogni giorno.
Lo svago.
Un cane che vive in un box ha possibilità limitate di esplorare, muoversi ed esprimersi. Permettergli di uscire, correre, sgranchirsi le zampe e godere di uno spazio più ampio significa regalargli un momento diverso dalla routine quotidiana. Un momento in cui può semplicemente essere un cane.
La passeggiata.
Ci sono esperienze che, per noi, sembrano scontate e che per loro possono significare tantissimo. Una passeggiata con un volontario è una piccola finestra sul mondo: nuovi odori, rumori, luoghi da esplorare. È il tempo per annusare, curiosare, marcare se ne sente il bisogno e seguire il proprio istinto. È l’occasione per scoprire che, al di là di quel cancello, esiste ancora un mondo da conoscere.
Il gioco.
Giocare è importante, ma lo è altrettanto imparare a farlo insieme. Entrare in relazione, divertirsi, condividere un momento. Sempre, però, rispettando la volontà del cane. Perché anche il gioco, come ogni altra forma di interazione, ha valore soltanto se entrambi desiderano parteciparvi.
E poi ci sono tutte quelle cose che non si vedono dall’esterno. Quelle che, forse, sono le più difficili da imparare.
La prima cosa che ho imparato è stata accettare che non posso salvarli tutti.
Vorrei portarli via da lì, uno per uno. Vorrei che ogni cane avesse una famiglia, una casa, una cuccia tutta sua e qualcuno che lo aspettasse ogni sera.
Ma non posso.
E allora provo a fermarmi, a respirare e a concentrarmi su ciò che posso davvero fare per loro.
Posso esserci.
Esserci quando hanno paura.
Esserci quando cercano una carezza.
Esserci anche quando, invece, chiedono distanza.
Perché quanto può essere importante sapere che qualcuno c’è, senza pretendere nulla in cambio?
Forse non potrò esserci per tutti, sempre. Ma posso esserci, davvero, per il cane che ho davanti.
La vita di un cane in canile è fatta di attese. Attesa di una famiglia, di una passeggiata, di un momento di libertà, di una presenza familiare che torni a trovarlo. Noi volontari non possiamo sempre cambiare il tempo che dovranno trascorrere lì. Ma possiamo provare a rendere quell’attesa migliore. Possiamo accompagnarli, un giorno alla volta.
E per farlo dobbiamo imparare anche qualcosa di difficile: mettere da parte i nostri bisogni e chiederci che cosa serva davvero a loro.
Perché a volte pensiamo che una carezza sia sempre un gesto d’amore. Ma non è così per tutti. A volte, il gesto d’amore più grande è proprio quello di non allungare la mano.
Lucrezia e Birillo: due modi diversi di essere amati.
Nel canile in cui faccio volontariato c’è una cagnolona che si chiama Lucrezia. Lei ama il contatto: lo cerca, lo chiede e si scioglie davanti a una bella sessione di grattini sulla pancia.
Poi c’è Birillo, che è molto diverso. Preferisce mantenere le distanze, non vuole essere toccato e ci fa capire chiaramente che ci sono confini che non desidera vengano superati.
Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di essere cane. Sono due individui diversi, con le proprie inclinazioni, le proprie esperienze e il proprio modo di vivere la relazione con noi.
Il nostro compito non è cambiarli per renderli più simili a ciò che ci aspettiamo. È imparare a conoscerli, rispettarli e incontrarli là dove sono, senza forzarli a diventare altro.
Amare non significa chiedere a qualcuno di avvicinarsi. Significa anche saper rispettare la sua distanza.
Credo che il senso più profondo del volontariato sia proprio questo: riconoscere e rispettare l’unicità di ogni cane, i suoi tempi, i suoi bisogni e i suoi limiti. Donare il nostro tempo e il nostro amore con gentilezza, pazienza ed empatia, senza aspettarci che tutti reagiscano allo stesso modo.
E, giorno dopo giorno, imparare a guardare il mondo anche attraverso i loro occhi.
Mi stanno insegnando la pazienza, l’ascolto, il rispetto dei confini. Mi stanno insegnando che non sempre possiamo cambiare una storia, ma possiamo rendere un pezzetto di quella storia un po’ più felice. E che non serve essere eroi per fare la differenza. A volte basta esserci, davvero.
Quando ho iniziato, pensavo che sarei entrata in canile per dare qualcosa a loro. Il mio tempo, le mie energie, il mio affetto. Non immaginavo quanto avrebbero dato loro a me.
è questo il dono più grande del volontariato: scoprire che, mentre cerchiamo di rendere migliore la vita di qualcuno, anche la nostra, silenziosamente, cambia.
